partendo per un viaggio

Avverrà come ad un uomo che saprà dare tutto se stesso, i suoi beni senza garanzie e senza protezioni, ai servi. Un uomo che si fida dell’uomo. Un uomo che non teme l’uomo. Un uomo che progetta futuro sull’uomo. Un uomo che spera sull’uomo. Gli consegna vita futura, gli consegna la storia che accadrà, non quella condizionata dal passato, ma ciò che sarà storia solo in futuro. Storia della salvezza. Quest’uomo che si fida è Dio. 
Certa è questa parolaSe moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2,11-13). Dio. Dio nel battesimo ha dato tutto se stesso, pienezza della Trinità, all’uomo: fidandosi. Consegna talenti, consegna lo spirito di vita. Consegna la vita in nuce da far germinare in campi di rigenerazione. Vita consegnata senza controllo di capi e di ispettori. Vita consegnata per la libertà. Un viaggioche il padrone intraprende perché ogni servo lo sappia imitare. Sempre, perennemente partendo, nel senso di concepirsi come homo viator, come Gesù stesso itinerando per le strade ha fatto, incrociando ogni “irregolarità”, e rendendola resurrezione. Questo dono, quasi in termini statistici e sociologici, viene compreso da due terzi dell’umanità -due servi andarono a moltiplicare vita-, invece un terzo comprende la propria vita come una paura che alimenta egoismo e pregiudizio. Fino a considerare la divinità nemica, onnipotente nella punizione, antagonista dell’uomo. Già Adamo ed Eva ci avevano anticipato. Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. E qui sempre mi fa molto sorridere la risposta di Dio: conferma la visione distorta tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso, come se non volesse cambiare (per rispetto della libertà?) il convincimento che il terzo servo ha. Lasciandolo nella sua disumanizzazione, lasciandolo nel suo egoismo di chiusura, che sotterra il futuro e la speranza. Quanti vivono (il trenta percento?) il presente come tempo inutile, vaneggiando su passati aurei (magari neanche vissuti in prima persona). Quanti per e con totale disimpegno, colpevolizzando Dio e gli altri, vivono da morti non trafficando il talento con i banchieri, non buttandosi nella mischia della pace, non sporcandosi le mani toccando la carne degli altri? “L’umanizzazione di Dio ci rivela il quid della sua essenza. Pretendere di conoscere Dio, trascurandone l’umanità, significa finire nei labirinti della proiezione umana. Ne scaturisce così un circolo vizioso. Il Dio «della religione» è l’immagine divinizzata del potere (violento ed escludente): un Dio non-umano e talmente divino che genera dis-umanità” (P. Gamberini). Penso che di questo si tratti l’investire i talenti, il denaro con cui spendersi la vita, con i banchieri mettendo a reddito la non disumanizzazione. La parabola ancora una volta squarcia il cielo plumbeo dell’indifferentismo; dell’arrogante presunzione di comandare anche su un dio -proiezione delle mie paure e delle mie vendette- che giustifichi l’antagonismo; dell’esclusivismo del rigore. Questa parabola, seppur con toni apocalittici di tenebre, pianto e stridore di denti, ci spalanca lo sguardo sul come vivere il creato, la storia, il presente, l’azione, le lotte pur di raddoppiare la vita. Moltiplicando l’esserci (M. Heidegger) in questo tempo, come se fosse una second life, non da social, ma socialmente e veramente raddoppiata. Qualcuno ci sta e prende parte alla gioia del padrone.Camminando nel presente oggettivo, quello articolato nei miliardi di volti e di situazioni, senza condannare, lasciando che l’accadere sia norma di fedeltà. La gioia del padrone nel non uccidere e sotterrare, ma nel fecondare e risorgere.  


XXXIII domenica del tempo ordinario (a)
19.11.2023

Dal Vangelo secondo Matteo 25,14-30
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Parola del Signore.