Poniamo oggi il nostro sguardo su una negazione, per giunta d’identità, di Giovanni il Battista: io non sono. Capace di questo è “il più grande tra i nati da donna” Mt (11,11). Un uomo definito da Gesù stesso “il più grande” sa dire di se stesso io non sono, non lo sono, no. Questa è la grandezza dei piccoli veri, degli umili veri, dei potenti (nella conversione) veri. Di chi facendo violenza a se stesso sa liberarsi e divenire uomo umano, uomo di pace e di giustizia. Innocente (che non fa il male, come i bambini) per voce, innocente per profezia, innocente per convinzione. Lui, il battista, che è il più grande, sa scegliere la piccolezza realizzata, l’umiltà vissuta, la verità agita. Che uomo. Certo, come ogni figlio dell’umanità, anch’egli ha avuto i suoi percorsi di caduta: aspettava una “vendetta” di Dio per i suoi nemici. Ha gridato, profetizzando la venuta del Messia, “egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile” (Mt 3,12); ma non ha smesso di indicare che la salvezza viene da un agnello: “ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato” (Gv 1,36) del mondo, del nemico. L’agnello che toglie il nemico perché lo ama, neutralizzando l’odio per amore. È una scuola lenta e faticosa che il battista stesso vive e indica a noi. Scuola di conversione, mutazione del pensiero del cuore. Andando oltre, iòien-che io possa andare oltre (Saffo). “Lungi da noi allora il pensare che credere significhi trovare facili soluzioni consolatorie. La fede che ci ha insegnato Cristo è invece quella che vediamo in San Giuseppe, che non cerca scorciatoie, ma affronta “ad occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la responsabilità.” P Francesco (cfr Patris corde cap.4). Così allora si è strutturato il Battista, senza scorciatoie, nel rigore di una scelta adulta ed austera. E sembrerebbe possa essere solo così, necessariamente solo così, che l’umanità si accorga delle persone credibili. Un caratteristico esistenziale segno differente: la credibilità. La credibilità per proclamare agli altri, indistintamente, la via della conversione passa attraverso una voce di coerenza sostenibile. Giovanni Battista collocandosi nel deserto di un fiume in piena, lontano dal tempio, anzi nella terra pagana prima della terra promessa, sa farsi voce che si perde perché rimanga la parola, sa farsi indicatore nella strada della conversione perché si sappia camminare ne “la via”, sa indicare la luce quella vera che illumina senza farsi “la luce”. Per essere testimone, l’ha fatto lui e lo chiede a noi, è vitale il saper attraversare il Giordano. È vitale abitare la conversione, andare al di là. Andare al di là e andare oltre il Giordano dove c’è il nemico, c’è l’eresia, c’è la non fede dei padri, c’è l’assenza del tempio: lui ci va. Andare al di là oltre lo sbarramento fisico ed ideologico per essere conversione. Riconoscendosi nell’io non sono, lui afferma l’estraneità all’abitudine: vede, indica e vive la novità evangelica. Vennero da Gerusalemme gli inviati dai capi, ma non seppero gettare lo sguardo oltre. Veniamo da culture omologate e non sappiamo più incontrare quella antistante a noi. Non vediamo il regno. Lui è stato capace di “convertirsi” a Cristo l’Agnello, perché negandosi ha affermato la verità sull’uomo. Negandosi –io non sono– si è affermato nella testimonianza. Ha fatto una rivoluzione indistinta (per tutti), irreversibile (l’antico è finito) ed imprevedibile (ecco l’agnello…): ha aperto il vangelo al mondo. L’avvento ci sta gridando l’esigenza di conversione umanitaria. Il vangelo della vita indicatoci da Giovanni nel Cristo vivente è la proposta testimoniata possibile per iniziare. Mi chiedo che fai per essere testimone? Vai oltre o stai nell’omologato perbenismo? Esulti perché divenendo trasparenza di Dio, non sei più tu che vivi ma è Cristo che vive in te (cfr Gal 2,20) o cerchi il premio e l’onorificenza? Riconosci che quando ti perdi divieni testimone di una speranza possibile? Non lo sono, ma converto lo sguardo per essere io non sono.
III domenica di avvento (b)
gaudete
17.12.2023
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,6-8.19-28
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
Parola del Signore.
